Venticinque anni fa come oggi veniva ritrovato il corpo di Antonio Russo, radicale-giornalista, barbaramente ucciso in Georgia mentre illustrava i crimini commessi dai russi ai danni della popolazione civile cecena.
Il suo cadavere si trovava sulla strada che da Tbilisi porta al confine con l’Armenia, a venticinque chilometri dalla capitale della Georgia e a pochi chilometri da una basa militare russa, vicino al Caucaso meridionale.
Memorabili i suoi resoconti dal Kosovo, quando rimase l’unico giornalista occidentale presente a Pristina e fu comunque in grado di offrire per giorni straordinari racconti radiofonici collegandosi in modo fortunoso ai telefoni che riusciva a utilizzare, a rischio di essere localizzato, per far conoscere al mondo la pulizia etnica che veniva compiuta dai serbi ai danni della popolazione kosovara, un vero genocidio ma allora si aveva pudore nell’uso di questa parola.
Fuggì da Pristina a fine marzo del 1999 nascondendosi nella folla di profughi su un treno diretto in Macedonia.