RICORDO DI CARMELO ARENA,
MAESTRO DI VITA E DI MATEMATICA IN TERRA SICILIANA
Correva l’anno (scolastico) 1972/1973 quando gli occhi neri di Carmelo Arena, che sprizzavano intelligenza e vivacità, incrociarono i miei al suo arrivo da giovane insegnante di matematica (aveva allora ventisette anni) all’Istituto Gonzaga di Palermo, dove anch’io ero appena giunto, pochi mesi prima, per frequentare la
prima media.
Il professor Arena prendeva il posto di una collega che aveva lasciato la nostra scuola dopo il primo trimestre, e immediatamente riconobbi in lui quei segni di entusiasmo, di generosità di impegno, di piacere della condivisione delle sue conoscenze che saranno la cifra costante della sua vita.
Seguivo le sue lezioni con grande passione per la matematica, e iniziò presto a manifestarsi da parte sua
un affettuoso incitamento nei miei confronti a praticarla e approfondirla.
L’anno successivo, direi – a memoria – nei primi mesi del 1974, Carmelo partecipò a un concorso pubblico per l’insegnamento nelle scuole superiori, ma venne in classe nel pomeriggio dopo una faticosa e intensa
mattina trascorsa a risolvere i problemi matematici della prova scritta.
Nonostante la stanchezza, il caldo dell’aula, la giacca e la cravatta sempre indossate, riuscì in poco tempo a calamitare la nostra attenzione spiegandoci – in modo necessariamente molto semplificato – i problemi di geometria analitica che aveva dovuto affrontare, riempendo la lavagna di bei grafici con coni e piani di intersezione che generavano quelle “magiche” curve coniche, ovvero le ellissi, le parabole e le iperboli di cui per la prima volta sentivamo parlare.
Io e qualche altro compagno eravamo davvero ipnotizzati dalla sua descrizione, pur avendo conoscenze elementari della matematica. Intuivamo però, dall’entusiasmo del nostro professore, la eleganza intrinseca di quei concetti che qualcuno di noi decise poi di approfondire negli studi successivi, comprendendo meglio come Gauss avesse fatto riferimento alla geometrica bellezza di quella matematica.
La scuola era appassionante, per merito anche di altri straordinari insegnanti, insieme ai quali facemmo belle gite in bicicletta ai tempi della “austerità”, nel 1973-1974, quando nel corso della domenica venne vietato il traffico dei veicoli a motore privati, come forma di risparmio energetico e non ancora di “domenica ecologica”: era scoppiata la guerra del Kippur tra Israele ed Egitto e tutto il mercato del petrolio era stato sconvolto, con un notevole incremento dei prezzi degli idrocarburi. Dovrebbe esserci ancora in giro qualche fotografia, scattata durante quelle – per me e i miei compagni – epiche gite e pubblicata a suo tempo su “Il Gonzaga”, che mostra Carmelo in sella alla sua bicicletta attorniato da tanti allievi, me compreso, sulla strada per Sferracavallo o lungo i viali della Favorita.
Indimenticabile fu, in quel periodo, una sua improvvisata lezione di meteorologia pochi giorni dopo
la distruzione del porto di Palermo del 25 ottobre 1973, determinata da una tempesta che danneggiò, infine abbattendola, la vecchia diga foranea e trasformò la darsena e le banchine in vero e proprio mare aperto.
L’acqua spinta dal moto ondoso arrivò, risalendo la pendenza, in via Emerico Amari e in corso Vittorio
Emanuele II. Il professor Arena ne trasse spunto per parlarci dei venti, della loro formazione e dei loro effetti, e ci mostrò come calcolarne approssimativamente l’intensità utilizzando una molla con cui misurare la
forza del vento che muoveva l’anta di una finestra. Non erano ancora diffuse le stazioni meteo amatoriali, né le app e i portali dedicati alla meteorologia, per cui ’informazione che si otteneva dal suo ingegnoso
meccanismo era molto interessante, soprattutto per valutazioni microclimatiche. Al di là dell’accuratezza
dello “strumento di misura” realizzato, ovviamente molto approssimativa, era lo spirito ideatore più
importante del risultato: ci dimostrava che, con un po’ di fantasia e di passione, e un pizzico di matematica, si
potevano raggiungere risultati impensabili anche nella comprensione del mondo “reale”.
Accanto a Carmelo, e sopra tutti i suoi pur valorosi colleghi che componevano il corpo docente del Gonzaga (da Gino Saitta a Pierantonio Sapienza, da Augusto Di Bartolo a Lellina Glorioso), svettava a quel tempo la dolce figura della giovane professoressa Maria Gioia Arancio, docente di lettere (ovvero, al tempo, italiano e latino), bravissima, bionda dallo sguardo vivace che ci ipnotizzava: io e i miei compagni eravamo tutti, chi più, chi meno, innamorati di lei!
Andare a scuola era per me una vera gioia, e restarci anche nel pomeriggio o la domenica per giocare a calcio o a tennis un piacere irrinunciabile.
In quel contesto, la figura di Carmelo Arena si distingueva per generosità, entusiasmo, dedizione ai
suoi allievi, passione: volendo fare un paragone, ritrovai quell’entusiasmo e quel carisma, anni dopo, nella straordinaria interpretazione di Robin Williams nei panni del professor John Keating, docente di letteratura, nel magnifico film L’attimo fuggente, di Peter Weir.
La pacchia stava però per finire: arrivò la fine della terza media, con l’esame che segnava il Completamento del ciclo e l’inizio di scelte che avrebbero condizionato studi futuri, e non solo. Significava dire addio a quei professori che tanto ci avevano trasmesso e ispirato.
L’anno scolastico si concluse molto bene: Carmelo aveva ammesso me e tre miei compagni (Gaetano, Alfonso e Massimo) con “nove” all’esame finale (i “dieci” non esistevano…) ma io, tra i quattro che lo seguivano più assiduamente, ero l’unico per cui si sarebbero aperte le porte del liceo classico invece che dello scientifico.
Così i tre amici avrebbero avuto la fortuna di proseguire gli studi con lui, nel frattempo promosso quale
insegnante di liceo: li invidiavo ma avevo poche possibilità di deviare da una strada già segnata. Avendo
ottenuto il giudizio di “ottimo” all’esame finale sia nelle materie “ordinarie” sia in latino, non potevo sottrarmi a una scelta che allora non ero sufficientemente maturo per fare in autonomia: il mio futuro scolastico era già segnato dall’orientamento familiare, e mi attendeva a ottobre il ginnasio, anticamera del paludato e prestigioso liceo classico.
Con la fine delle scuole medie, dopo i saluti ai compagni e il congedo dai professori, mi toccò subire un grande trauma: il matrimonio della professoressa Arancio!
Fui l’unico della classe a essere invitato, e ciò mi lusingava, sperando che ciò non fosse solo per il mio
ruolo di “rappresentante di classe”. Nello stesso tempo ero angosciato: la fatina della mia fanciullezza, la dolce Magi (come veniva chiamata, scoprimmo, dagli amici) si sposava, con un bellimbusto sconosciuto che sarebbe diventato suo marito, non con me che la sognavo da tre anni!
Al ricevimento per il matrimonio, a cui presi parte accompagnato da Roberto Liotta, invitato in quanto
amico della sposa e prefetto, ovvero collaboratore non docente della scuola, c’era anche Carmelo, con cui mi intrattenni brevemente rispondendo a sue domande, l’ultima delle quali fu relativa al numero di telefono di casa mia.
Pochi giorni dopo mia madre mi annunciò, a sorpresa, che l’indomani avremmo avuto ospite a cena il
professor Arena. Eravamo all’Addaura, luogo di villeggiatura estiva, e mi venne affidato il compito di
andare incontro nel tardo pomeriggio all’ospite, cui era stato consigliato di lasciare l’automobile sul lungomare per non avventurarsi su una strada in salita piuttosto impervia e piena di curve strette.
Avevo tredici anni, ma per un inspiegabile allentamento della leggendaria prudenza che ispirava diversi aspetti della vita di mio padre, unita a una sua evidente e grave sottovalutazione dei molteplici rischi e delle conseguenti responsabilità che avrebbero potuto scaturirne, dall’età di dieci anni guidavo disinvoltamente le macchine di casa, tra cui un’Alfa Romeo 2000, nel periodo estivo. Mi divertivo molto, e me la cavavo bene, anche se l’area d’azione concessami era per fortuna limitata al tratto di strada litoranea dalla borgata di Vergine Maria fino all’istituto Roosevelt, alle porte di Mondello, per quanto sufficiente a determinare situazioni pericolose, non tanto per la condotta del mezzo quanto per il fatto in sé di costituire una grave violazione del codice della strada.
Fu quindi con la macchina più grande che mi feci trovare a bordo strada per offrire un passaggio allo stupito Carmelo che, non potendo avere alcuna idea delle mie abilità automobilistiche, assumeva accanto a me una postura da passeggero preoccupato per la propria incolumità, anche se cercava di non farlo trapelare. Il breve tragitto fu però assolutamente confortevole ed esente da intoppi: all’arrivo, parcheggiai la macchina con ostentata disinvoltura, sgravandolo dello stato di tensione.
L’ospite si presentava con un mazzo di fiori per mia madre e con due piccoli libri per me: due volumetti degli
Enigmi e giochi matematici di Martin Gardner, mitico curatore della rubrica Mathematical Games su Scientific American (“Le Scienze”, nella edizione italiana della rivista), con le copertine che riproducevano incisioni di Maurits Cornelis Escher. Fu quella la mia scoperta del grande artista olandese, che mi entusiasmò e mi portò poi, anni dopo, ad apprezzare quel bel libro di Douglas Hofstadter (guarda caso, successore di Gardner a Scientific American nella rubrica di giochi matematici, da lui ribattezzata Metamagical Themas con l’anagramma del suo precedente titolo) intitolato Gödel, Escher, Bach: An Eternal Golden Braid, in cui si intrecciavano la teoria della ricorsione di Kurt Gödel con i disegni, anch’essi ricorsivi, di Escher e con l’arte della fuga di J. S. Bach, sublimata questa dallo struggente violoncello de L’offerta musicale. Oggi quei libri stanno su uno scaffale della libreria di mio figlio Manfredi, a cui avevo raccontato la loro provenienza e che è un grande appassionato di matematica e scienze.

La cena in terrazza con i miei genitori e i miei fratelli fu molto piacevole anche se non priva, per me, di
imbarazzo, quando si toccò l’argomento della scelta degli studi superiori. Con molto garbo, Carmelo fece
presente a mia madre che sarei stato ugualmente bravo anche allo scientifico, se lo avessi scelto, quasi a
suggerire un cambiamento di rotta, che però era ormai praticamente impossibile.
Negli anni del liceo mantenni un rapporto continuo con Carmelo, ma necessariamente meno assiduo. Ricordo che venne a trovarmi all’ingresso dell’aula all’inizio del IV ginnasio, in occasione della prima lezione di matematica a cura di un suo più anziano collega a cui pensò di “segnalarmi”: era il professor Alfredo Tumminello, altra straordinaria figura di docente che metteva e dava anima alle sue lezioni, seppure con un metodo un po’ più tradizionalista, e con cui nacque uno splendido rapporto didattico e umano di stima e affetto.
Quando nel 1980, dopo la maturità classica, mi trasferii a Pisa affascinato dall’informatica per seguire i corsi universitari di Scienze dell’informazione, durante i periodi di vacanza trascorsi a Palermo continuavo a sentire Carmelo, molto curioso dei programmi di studio e dei contenuti dei diversi insegnamenti di informatica e di matematica. Ricordo che per l’esame di “Analisi matematica 1”, spauracchio del primo anno, aiutò me e Fabrizio, mio compagno di studi dalle elementari all’università, fornendoci suggerimenti per la risoluzione di alcuni esercizi, in particolare di quelli di tipo numerico che lo appassionavano e sorprendevano per essere rivolti a studentelli del primo anno, che ci furono utilissimi anche oltre l’esame.
Un giorno, nella biblioteca dell’Istituto di Scienze dell’informazione (ISI), odierno Dipartimento di Informatica, vidi un libro antico, di un editore tedesco, che riportava in frontespizio la scritta in greco antico χαλεπὰ τὰ καλά, che i miei recenti studi liceali mi consentivano di tradurre come “difficili le (sottinteso “cose”) belle”. Si trattava della traduzione – in tedesco – del trattato Κωνικά di Apollonio di Perga, dedicato alle curve coniche. Quel volume mi ricordò immediatamente l’esame di abilitazione di Carmelo, e glielo raccontai durante le vacanze di Natale, facendolo divertire e incuriosire molto (conosceva ovviamente il trattato sulle coniche, noto a tutti i cultori di storia della matematica al pari delle opere di Eulero e di Cantor).
Negli anni successivi i contatti si allentarono, forzatamente: avevo lasciato Palermo nel 1980 e, dopo gli anni di università a Pisa, mi ero trasferito a Roma per lavoro. Lo incontravo qualche volta al Gonzaga in periodo di vacanze, oppure nei pressi della parrocchia di San Michele e della vicina pasticceria. Ogni volta era per me una grande gioia e gratificazione scambiare qualche parola con lui, trovando sempre nel suo sguardo vivo quella luce di intelligenza e bontà d’animo che mi avevano colpito tanti anni prima.
A dimostrare che alcuni degli strumenti fornitici dalle tecnologie possono servire, ogni tanto, a qualcosa di
utile, oltre che a rincitrullirci con i loro effetti di engagement e di profilazione comportamentale, fu
tramite The Facebook che, nel 2006 circa, ripresi i contatti con Carmelo, utilizzatore cauto e perplesso, ma non meno curioso, del social network.
Mi invitò quindi ad andarlo a trovare ai Magazzini culturali della Zisa, a Palermo, dove alla prima occasione utile mi recai: ci abbracciammo a lungo, dopo anni di lontananza interrotta dalle frequentazioni online, sotto lo sguardo di mio figlio Manfredi, che avevo coinvolto per via della sua passione per la matematica e le scienze.
Carmelo era stato l’ideatore e tra i principali promotori di Palermo Scienza, magnifica iniziativa di divulgazione scientifica di elevatissima qualità, e mi chiese in quell’occasione di contribuirvi con qualche mio
intervento sull’informatica vista dal mio punto di vista, quello dei diritti e delle libertà delle persone, e sul
controllo sociale abilitato dalle tecnologie dell’informazione.
Purtroppo non corrisposi a quella sua richiesta, ma non per pigrizia o inerzia: ritenevo che lui e il suo pubblico meritassero qualcosa che non ero in grado di esprimere, soprattutto con il livello di comunicatività ed entusiasmo che lui possedeva, e che non fosse il caso di intrattenere i giovani con l’illustrazione di questioni che, seppur derivanti dall’applicazione di tecnologie informatiche, richiedevano troppi riferimenti a
normative e a giurisprudenza, rischiando di far perdere la connessione con gli aspetti scientifici pur sicuramente correlati.
Ho rivisto Carmelo l’ultima volta sul sagrato della chiesa di San Michele, l’11 settembre 2024, nella
tristissima occasione della messa esequiale per mia cugina Maria: in quell’occasione mi apparve veramente
molto addolorato e partecipe nel ricordarne le doti umane, che anche lui aveva apprezzato incontrandola
quale madre di un suo giovane allievo del Gonzaga. Ci lasciammo però con la gioia dell’essersi ritrovati, sotto lo sguardo sorridente di monsignor Franco Beneduce S.J., grande amico comune, che da qualche metro di distanza ci seguiva e con cui ci eravamo ripromessi di riunirci in trio alla prima occasione possibile.
Ora scrivo queste poche righe sull’onda della commozione per la triste notizia, inaspettata, della scomparsa del professor Carmelo Arena a Palermo, per ricordare a me stesso e cercare di mostrare quanto la bontà, la mitezza, la correttezza, l’intelligenza, l’amore per il sapere di un singolo possano avere effetto e ispirare, silenziosamente, senza nulla chiedere, coloro che le avvertono e sanno riconoscerle.
Carmelo Arena ha avuto in abbondanza queste qualità, e lo dimostrano più di ogni altra cosa le testimonianze di affetto che gli vengono tributate, dalla dolorosa cerimonia di ieri a Palermo, ancora a San Michele, a cui non ho potuto prendere parte, agli articoli sui giornali e ai tanti post che leggo in queste ore in rete, che spero portino almeno un po’ di consolazione alla moglie Diana e ai suoi familiari che oggi ne piangono la scomparsa.
Di sicuro, quella di Carmelo è stata una vita ben spesa e che ha lasciato più di un segno, ben oltre quella
“geometrica bellezza” a cui ci ha iniziato: ci ricorderemo di lui come maestro, come persona, come amico, come uomo di fede in senso vero e profondo e non come posa convenzionale, cercando di fare tesoro dei suoi insegnamenti, della sua umanità.
Roma, 14 giugno 2025




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