Il mio ricordo del 2 novembre del ‘75 è legato alla delusione fanciullesca che mio padre mi indusse avvisandomi del fatto che la partita della “Nazionale Cantanti” contro la “Nazionale Attori”, prevista il giorno dopo o il 4 novembre (ai tempi giorno festivo “della Vittoria”), per cui avevamo acquistato i biglietti, non si sarebbe svolta, come annunciato dai manifesti con le formazioni delle squadre affissi in tutta Palermo, perché era morto uno dei giocatori.
Scoprii poco dopo dalla radio che si trattava di Pasolini, nome già noto a me, pur avido lettore di giornali, non per l’aria di scandalo che lo accompagnava ma per la forza del suo “Vangelo secondo Matteo”, con il suo abbacinante bianco e nero e lo sguardo severo di Enrique Irazoque, che le suore dell’Istituto di Educazione Sant’Anna ci avevano inavvertitamente proposto addirittura in preparazione alle Prima Comunione qualche anno prima.
Capii dopo, al ginnasio, la ulteriore gravità della perdita, scoprendolo come poeta, che è poi a mio avviso la sua identità più forte e profonda.
Lo voglio ricordare così, ritratto magistralmente da Paolo Di Paolo, assorto davanti alle Ceneri di Gramsci in quel “buio giardino straniero” del Cimitero Acattolico di Roma, immaginando i suoi pensieri rivolti al morto disadorno lì davanti, ai suoi piedi:
“Mi chiederai tu, morto disadorno,
d'abbandonare questa disperata
passione di essere nel mondo?
Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea
che al quartiere in penombra si
rapprende.”
(da “Le ceneri di Gramsci”, 1954)




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